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flora

L’ecosistema bosco

I boschi del Parco sono importanti anche perché rappresentano un estremo residuo di "naturalità" in un territorio fortemente urbanizzato, ed in essi possono perciò trovare rifugio le specie animali e vegetali legate all’ambiente forestale che altrimenti scomparirebbero dall’intera area. Se queste specie venissero eliminate potrebbero difficilmente ricomparire autonomamente, per via dell’isolamento dell’ambiente. Da ciò la necessità della tutela di questi spazi e delle forme di vita che vi abitano.

Il bosco di betulle

I boschi di betulle, o betuleti, sono prevalentemente costituiti dalla betulla, pianta facilmente riconoscibile per la caratteristica colorazione bianca della corteccia. Accanto alle betulle si possono riconoscere altre specie quali il pioppo tremolo e il salicone. Tutte queste piante amano i suoli poveri o degradati e gli ambienti con molta luce, quindi gli spazi aperti dove ancora non esiste un bosco maturo. Queste specie vengono definite pioniere, proprio perché sono le prime a colonizzare i suoli privi di alberi. Oltre ad accontentarsi di suoli poveri, le piante pioniere sono caratterizzate da una facile e rapida capacità riproduttiva, potendo produrre grandi quantità di seme che il vento trasporta con facilità ovunque. In generale sono boschi molto luminosi, infatti betulla, pioppo tremolo e salicone sono alberi di dimensioni piuttosto modeste e con una chioma di foglie alquanto rada e leggera. Essendo poi piante che hanno bisogno di molta luce (eliofile) non amano crescere in formazioni chiuse. Il sottobosco è quindi in genere rigoglioso anche se non molto vario nella composizione; vi si trova la molinia, la felce aquilina, il brugo e la frangola, quest’ultima a volte molto abbondante. Facilmente si potrà notare la presenza, accanto alle specie appena nominate, di giovani piante di pino silvestre o di quercia, che testimoniano la futura evoluzione del bosco. Infatti, in assenza di eventi di disturbo (taglio irrazionale, incendio, pascolo) il bosco tenderà ad arricchirsi sempre più di pino silvestre e querce a scapito della betulla, che avrà esaurito il suo compito di specie preparatoria all’insediamento di un bosco più "pregiato".

Il bosco di pino silvestre

Pineta
Una pineta con brugo

Il bosco di pino silvestre o pineta, nel territorio del Parco della Brughiera presenta una buona diffusione e discrete estensioni. Raramente si presenta come un bosco puro, costituito cioè da solo pino silvestre, più di frequente, nella composizione del bosco, entrano anche specie quali il castagno e soprattutto la quercia farnia, più raramente la betulla. Si tratta di boschi non molto fitti in cui le chiome dei pini e delle querce formano uno strato pressoché unico (monostrato) che lascia passare una quantità di luce sufficiente a consentire la crescita di un sottobosco di arbusti e di erbe poco vario nella composizione ma abbondante. Spiccano in particolare la diffusione della molinia e della felce aquilina. Il pino silvestre si accontenta di terreni piuttosto poveri anche se richiede una certa disponibilità d’acqua, inoltre ama la luce. Per tutte queste sue qualità, è simile alla betulla ed in effetti le due specie spesso convivono negli stessi ambienti. In realtà, più che di una vera e propria convivenza, si deve parlare di una successione nel senso che il pino silvestre tende a invadere gli ambienti colonizzati dalla betulla e a sostituirsi ad essa. Col passare del tempo, sempre se le condizioni generali dell’ambiente lo consentono, la percentuale delle querce, che come abbiamo visto si accompagnano al pino silvestre, tende progressivamente ad aumentare finché questa specie diverrà prevalente. Ci troveremo allora in presenza di un querceto che per la sua particolare collocazione, vegetando cioè sui terrazzi fluvio-glaciali del Quaternario, viene detto "querceto di pianalto". Non molto apprezzato come combustibile, il pino silvestre aveva in passato un’altra utilizzazione nel territorio della brughiera milanese che ha lasciato sugli alberi tracce ancora visibili. Veniva infatti impiegato come fonte di resina per la produzione di trementina dalla quale, per distillazione, si ottiene l’acquaragia che è un noto solvente per le vernici. Per stimolare la pianta a secernere la resina si praticavano sul tronco delle incisioni verticali a spina di pesce in fondo alle quali si collocava un recipiente per la raccolta dell’essudato. Va sottolineato infine il fatto, da cui deriva l’elevato valore naturalistico di tali ambienti, che questi boschi rappresentano una testimonianza di quella che doveva essere la vegetazione della Pianura Padana durante le glaciazioni.

Il bosco di querce

Sul pianalto questi boschi sono a contatto diretto con le pinete di pino silvestre. Camminando per i sentieri spesso si passa, quasi senza accorgersene, da un bosco all’altro tanto i confini tra le due formazioni sono sfumati. Il bosco di querce rappresenta infatti la naturale evoluzione della pineta, in cui al pino silvestre si sostituisce lentamente la quercia farnia. Questa trasformazione della vegetazione è accompagnata da un contemporaneo processo migliorativo del terreno. In pratica l’evoluzione del bosco procede parallela a quella del terreno. Quindi se il suolo, per un qualsiasi motivo, conserva caratteri primitivi, la vegetazione che cresce su di esso, non evolve restando alla fase di betuleto o pineta. Un altro aspetto che condiziona fortemente le possibilità evolutive di un bosco è rappresentato dagli eventi eccezionali o di disturbo ad opera dell’uomo: gli incendi, gli schianti dovuti al vento, più raramente alla neve, i tagli irrazionali e gli attacchi ad opera di funghi o insetti.

Il bosco di quercia e carpino bianco

Questi boschi, che nel territorio del Parco sono ridotti a lembi di limitata estensione, si possono trovare in situazioni particolari, ovvero dove il terreno è sufficientemente profondo, ricco di sostanze nutritive e con una buona disponibilità di acqua. Tali condizioni si rinvengono, per lo più, lungo i corsi d’acqua o nelle aree in cui l’acqua piovana tende a raccogliersi senza ristagnare (impluvi). Un tempo erano estremamente diffusi e si può immaginare che coprissero gran parte della Pianura Padana. A partire dall’età del bronzo (2000-3000 a.C.) iniziò un progressivo ed inesorabile disboscamento e dissodamento di questi terreni ad opera dell’uomo che sostituì agli alberi le proprie colture. Le antiche selve vennero abbattute per far posto ai pascoli, ai campi e alle abitazioni degli uomini che stavano diventando agricoltori e allevatori. Il bosco di quercia e carpino bianco appare costituito da alberi di diversa altezza. Osservando con una certa attenzione questi boschi possiamo imparare a distinguere due strati di vegetazione. Uno strato superiore, detto in gergo "piano dominante" formato dalle piante di quercia farnia, che hanno statura maggiore e uno strato inferiore, chiamato "piano dominato" formato da piante di carpino bianco, un albero che raggiunge altezze più modeste. Insieme alla farnia e al carpino bianco troviamo altre specie arboree che prediligono gli stessi ambienti quali l’acero campestre, il frassino, l’olmo, il ciliegio e il tiglio. Piuttosto ricco e vario è anche il sottobosco formato da nocciolo, biancospino, evonimo e corniolo per quanto riguarda gli arbusti e da ciclamino, anemone, sigillo di salomone, pervinca e bucaneve per lo strato erbaceo. Questi ambienti, relegati a piccole aree marginali, sono particolarmente delicati e importanti in quanto costituiscono un bosco al massimo stadio dell’evoluzione che si viene a trovare in un delicato equilibrio il cui mantenimento è legato alla permanenza di tutte le sue componenti. Proprio perché così importanti e rari vanno salvaguardati e rispettati.

Il bosco di ontano nero

Il bosco di ontano nero, detto anche ontaneta, si trova molto spesso a contatto e in continuità con il bosco di quercia e carpino bianco. In effetti cresce e si sviluppa in ambienti simili, particolarmente ricchi d’acqua o dove l’acqua scorre in superficie; quindi nei pressi di torrentelli e ruscelli o sul fondo delle conche e delle vallette in prossimità di stagni o zone paludose. Il bosco è formato in prevalenza da piante di ontano nero, una specie in grado di vivere in un terreno che proprio per la costante presenza dell’acqua, è privato dell’aria e quindi dell’ossigeno. I processi di decomposizione della sostanza organica che rendono disponibili gli elementi nutritivi indispensabili alle piante, in mancanza di ossigeno, sono fortemente rallentati o del tutto assenti. Per tanto in questi terreni l’azoto, elemento fondamentale per la vita, è scarso o addirittura non presente. L’ontano ha adottato però la strategia di rifornirsi di questo importantissimo elemento anche senza la presenza dell’ossigeno ricorrendo all’aiuto di speciali batteri che riescono a vivere solo a contatto con le radici delle piante di ontano. Tali batteri che per la loro capacità di sintetizzare azoto sono detti "azotofissatori", riforniscono di azoto le piante ricevendone in cambio il nutrimento necessario alla loro vita. Essi sono importanti, oltre che come rifornitori di azoto per l’ontano, anche come produttori e accumulatori di questo elemento per quei terreni che ne sarebbero poco dotati o completamente privi. Simili batteri vivono anche a contatto con le radici delle piante di robinia che per questo motivo è considerata pianta migliorativa dei terreni poveri. Il legno dell’ontano doveva trovare in passato varie utilizzazioni: è un legno che a contatto con l’acqua diventa durissimo e resiste a lungo infisso nei terreni umidi e quindi veniva usato per costruire opere soggette a sommersione. Era impiegato anche in falegnameria per lavori di intaglio e al tornio. Nell’ontaneta accanto all’ontano si trovano spesso anche altre specie sempre legate all’acqua quali il frassino, il platano, il salicone, il pioppo oltre alla quercia farnia.

Il bosco quercia rossa

Il bosco di quercia rossa presenta, a chi lo osserva, una evidente omogeneità; quasi tutti gli alberi hanno le medesime dimensioni sia per quanto riguarda l’altezza che il diametro dei tronchi e sono distribuiti in maniera abbastanza regolare sul terreno. In effetti si tratta di boschi artificiali creati dall’uomo che negli anni cinquanta ha rimboschito con questa specie numerose aree anche piuttosto estese come nei pressi di Cimnago. La quercia rossa o quercia americana, come dice il suo stesso nome, non è una specie dei nostri boschi ma è originaria delle regioni orientali del Nord America. Introdotta in Europa alla fine del XVII secolo come pianta ornamentale è stata utilizzata anche come pianta da rimboschimento in quanto è meno esigente delle nostre querce e ha una crescita più rapida. Il legno però ha caratteristiche tecnologiche decisamente inferiori rispetto alle querce nostrane per tanto non ha avuto il successo sperato; così, anche in seguito alla crisi del mercato del legno in Italia, questi boschi sono stati per lo più abbandonati a se stessi. La tendenza degli ultimi anni è perciò quella di sostituire, dove possibile ed economicamente conveniente, la quercia rossa con le nostre querce (farnia e rovere).

Il bosco di castagno

I boschi di castagno sono fortemente legati all’uomo e alla tradizione contadina essendo stati, in passato, fonte di molteplici risorse; è per questo motivo che la diffusione del castagno è superiore a quella che avrebbe in natura se non fosse stata da sempre una pianta utile all’uomo. La castagna un tempo rappresentava, specie nei periodi di magra, un valido e importante supporto alimentare anche per nutrire gli animali. Dai cedui di castagno si ricavavano pali utilizzati in agricoltura, ad esempio per il sostegno della vite, coltura molto diffusa in Brianza. Per la legna da ardere si preferivano i cedui di robinia, anche se il castagno non era comunque disdegnato. Altro prodotto prodotto ricavabile dalle piante di castagno era il tannino, una sostanza utilizzata nella concia delle pelli. L’aspetto attuale dei boschi di castagno è fortemente condizionato dall’uso che se ne faceva in passato. I boschi "da frutto" formati da alberi d’alto fusto sono rari e ridotti a lembi di limitata estensione, situati in genere vicino a cascine e vecchi nuclei abitati Solitamente il bosco di castagno era governato a ceduo, ossia sfruttando la capacità delle ceppaie di castagno di produrre, una volta tagliate, novelli germogli. Il bosco di castagno, nel territorio della brughiera briantea raramente è puro, più spesso convive con altre specie quali il pino silvestre, la quercia e più raramente la betulla.

Il bosco di robinia

Anche la robinia, come la quercia rossa, non è una pianta autoctona (cioè del luogo) ma è stata introdotta in Europa, sempre pe scopo ornamentale , nel 1601 da J. Robin, curatore dell’Orto Botanico del re di Francia, che le diede anche il nome. Originaria delle regioni orientali degli Stati Uniti, giunta da noi, si è diffusa grazie alla sua rusticità e rapidità di crescita. Sfuggita alla coltivazione ha preso campo naturalizzandosi in tutta Europa, dalla pianura fino a 1200 m di altitudine, in zone a clima sufficientemente caldo. La sua facile diffusione è favorita dalla presenza di stoloni basali e da un ricca disseminazione spontanea. Inoltre i getti giovani sono protetti da pericolose spine che scoraggiano il morso degli animali erbivori. Viene così a formare boscaglie dense in competizione con le specie nostrane sull quali spesso prende il sopravvento, grazie anche al suo rapido accrescimento. Per tutte queste sue caratteristiche è stata largamente impiegata in passato per rimboschire le scarpate e anche come specie miglioratrice dei terreni poveri e degradati, oltre che come pianta adatta a produrre paleria da utilizzare in agricoltura e legna da ardere. Infine va ricordata anche come pianta sfruttata dagli apicoltori per produrre il miele d’acacia. Tutto ciò la rende una specie molto conosciuta e tutt’oggi diffusamente coltivata. Il bosco di robinia è quasi sempre un ceduo cioè un bosco che si rigenera automaticamente dopo il taglio sfruttando la capacità delle ceppaie di produrre nuovi germogli.